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Le origini della crisi

pubblicato sul quotidiano Adige del 01.12.2008

LA DITTATURA DELLA FINANZA SULL'INDUSTRIA

di CAMILLO LANZINGER 

“Giorno dopo giorno stiamo assistendo all'evoluzione di una crisi che sta trasferendo il suo impatto dall'area finanziaria all'economia reale. E la preoccupazione aumenta fino a divenire paura e panico diffuso. “ recita il mensile degli Industriali del Trentino nel commento di apertura di novembre. E gli effetti si vedono, perché se c'è paura la prima cosa che succede è che si rinuncia a fare qualsiasi investimento che non sia assolutamente indispensabile. Il crollo nel portafoglio ordini della Dana, denunciato dall' A.D. Tarolli, che distingue tra il settore dei macchinari per l'industria delle costruzioni, che si è fermato, e quello delle macchine agricole, che invece “tiene”, è un esempio. Il settore agricolo, più legato ai bisogni primari, risente evidentemente in misura minore della crisi perché il consumo dei prodotti finali della filiera agricola è meno soggetto a variazioni: in tempi di crisi si mangia di meno, ma mangiare bisogna. Se invece si ferma il mercato immobiliare (chi compra, di questi tempi, chi vende?) e non partono gli investimenti pubblici, tutta la filiera delle costruzioni, imprese artigiane e industriali, edilizia civile ed infrastrutture, aspetta prima di fare qualsiasi investimento. E questo causa una retroazione su tutto il sistema industriale e commerciale legato al settore. Lo stesso vale per il settore automobilistico: la decisione (logica) dell'utente finale, che in tempi di crisi tenderà a tenersi la vecchia auto che in tempi normali avrebbe sostituito, si riverbera indietro su un sistema di relazioni industriali e commerciali vastissimo, che arriva a colpire anche il bar di fronte allo stabilimento del sub-fornitore di specchietti retrovisori, dove gli operai avranno meno voglia di concedersi un bicchierino a fine turno.

 

Le aziende virtuose approfittano di questi momenti – che hanno una loro ciclicità, anche se di differente impatto di volta in volta - per rianalizzare la loro posizione sul mercato, la loro struttura produttiva e programmare i cambiamenti che da questa analisi appaiono necessari: l'attività industriale è una continua scommessa sul futuro, che solo in parte può essere sostenuta da dati certi. Bisogna però continuamente fare ipotesi, progetti, verifiche di fattibilità e di economicità, (per poi decidere magari di non cambiare nulla per il momento), per rendersi conto di “dove si è” e di “dove si può andare”. Questo è stato fatto, sembra, più in altri Paesi nostri concorrenti che in Italia, nel recente passato, cioè negli ultimi trent'anni, ed oggi probabilmente scontiamo questa nostra negligenza con il ritrovarci un apparato industriale obsoleto (in termini generali, naturalmente, le eccezioni – aziende eccellenti – ci sono, non sono poche, e sono spesso poco conosciute) che si confronta con concorrenti diretti che attraverso investimenti in ricerca e sviluppo hanno raggiunto livelli maggiori di efficienza, o con altri posizionati in Paesi dove i costi diversi da quelli delle materie prime – che si suppone abbiano prezzi simili sul mercato internazionale – sono inferiori. Ecco che quindi per recuperare “mercato” si può solo agire sulla leva del prezzo – non su quella dell'innovazione e della qualità, che richiedono investimenti e tempi di sviluppo adeguati - “tagliando” sui costi. Su quali costi si taglia? Semplice. Proprio su quelli della ricerca e sviluppo – finora se ne è fatta poca ed ora non ci sono i soldi per farla – e su quelli della manodopera, che è il fattore di produzione apparentemente più flessibile e semplice da gestire. Ma è un circolo vizioso, una spirale che porta all'implosione delle aziende e, in prospettiva, del sistema economico, costretto a riposizionarsi verso il basso nella sua globalità (competitività inferiore, livelli di reddito inferiori, investimenti di sviluppo inferiori, qualità dei servizi inferiori...).

A guardare bene, quindi, l'impatto della crisi finanziaria sull'economia reale ha radici abbastanza lontane, nel periodo in cui l'investimento finanziario sembrava fruttare ben di più dell'investimento industriale. Ciò era palesemente vero, in un'ottica miope di breve periodo. E i soldi (quelli veri) sono usciti da un sistema virtuale - quello dei numeri delle capitalizzazioni sempre crescenti nella bolla speculativa – sottoforma di plus-valenze virtuali, commissioni, stock-options, stipendi per attività di supporto al gioco speculativo che umiliavano quelli delle attività produttive, premi per attività su processi di acquisizione, accorpamento, smembramento di aziende che hanno portato vantaggi solo a chi tali attività le ha inventate e guidate...- ed ora questi soldi mancano al sistema economico produttivo, perché chi se li è messi in tasca non li rimette nel circolo – virtuoso - economico dell'economia “reale”, dove i costi di un attore sono guadagni per un altro, e dove il sistema quindi si auto-alimenta in quello che si definisce “sviluppo economico”.

Sembra quasi che i Numeri, che sono uno dei modi possibili per rappresentare la realtà - ma non sono “la realtà”- nel sistema finanziario-virtual-speculativo siano diventati talmente reali da mangiarsi quello che erano incaricati di misurare. Kafkiano.

Ed ora l'unica soluzione possibile sembra quella di immettere una volta di più dei soldi (quelli veri) nel sistema dei numeri, a disposizione di chi scambia i numeri per la realtà. E con i numeri, si sa, si può far di tutto.

“C'è un obbiettivo ricatto della finanza: per chiudere la crisi vuole essere assistita, ma questa è la fine dell'equità”. Parole di Mario Monti, dette e Madrid l'altro ieri.

Se i soldi (quelli veri) dei cittadini devono essere utilizzati per sostenere – una tantum, in modo straordinario - il funzionamento del circuito finanziario – peraltro complementare ed indispensabile per il mondo produttivo – ci dev'essere trasparenza (quella vera) e controllo (quello vero) sul loro corretto utilizzo.

Il pseudo-liberismo degli ultimi anni (quello vero è un'altra cosa) ha portato ad una proliferazione di Authorities in ogni settore, che anziché essere di garanzia per l'enforcement (la messa in atto) dei liberi accordi tra gli attori del mercato, si sono trovate di fatto ad operare quasi esclusivamente per proteggere i contraenti deboli dagli abusi di quelli forti, ed a limitare gli spazi di discrezionalità per gli attori praticamente monopolisti (o dei cartelli di attori dominanti) per accaparrarsi “tutta la torta”. E molte di queste Authorities hanno a che fare con il mondo finanziario, e se ne sta proponendo l'istituzione di altre ancora.

Ma questo è esattamente il contrario del concetto comune di libero mercato concorrenziale auto-regolato.

E allora, visto che le soluzioni stataliste e collettiviste hanno già dato prova di non funzionare, penso che l'unico modo di procedere sia quello di lavorare sulla cultura civica, quella che favorisce la collaborazione, che condanna gli abusi, che valorizza il lavoro, che rispetta la persona. Queste sono, peraltro, le basi della nostra civiltà, che si è consolidata nel tempo – chi nega che ci sia un effettivo progresso civile, a mio parere, ha convenienza a negarlo...- nonostante l'apparente convenienza per i singoli a non partecipare al gioco cooperativo ed ad approfittare di ogni possibilità di abuso per convenienza personale.

Ma questa crisi, allora, è una crisi reale o una crisi del mondo dei numeri?

 

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