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Frontiere d'Europa - Diario di viaggio

Pubblichiamo la versione integrale dei diari di viaggio tenuti dai ragazzi del gruppo "Frontiere d'Europa", nel corso del loro viaggio attraverso i Balcani occidentali dal 21 al 28 settembre 2013. 

Sabato 21 settembre:

Trento - Gorizia - Nova Gorica - Trieste

La sveglia suona alle 6.00. Presto, troppo presto dai ritmi estivi da cui ancora mi devo disabituare. Faccio presto ad attraversare Trento deserta e coperta ancora di stelle e dalla luna piena. I visi assonnati dei miei compagni di viaggio nascondono l'entusiasmo della partenza, che però non tarderà a svegliarsi. Si parla delle aspettative del viaggio, dei luoghi da visitare, di specialità da assaggiare e ovviamente della voglia di entrare in contatto con con quella cultura balcanica che tanto nelle lezioni avevamo analizzato. O meglio, si ha voglia di ricercare l'immagine dell'Europa specchiata nei Balcani.

Con lo stesso spirito con cui ognuno al mattino si guarda allo specchio, cercherò infatti, guardando i Balcani, l'Europa con tutti i suoi problemi che senza la criticità del vetro difficilmente si comprenderebbero.

 

 

Ed ecco che nella nostra prima tappa, a Gorizia, città d'Europa, qualche immagine si inizia ad intravedere. Una città di convivenza tra italiani e sloveni, che però nei diversi istanti della storia si è vista prevalere dalle rivendicazioni patriottiche, percepibili nell'overdose della parola "patria" nel Parco della Rimembranza, dalle rivendicazioni sociali, come la costruzione del Trgovski Dom simbolo della presenza e della forza economica slovena nella città, stuprata da supposte superiorità nel periodo fascista e trasformata provocatoriamente nella Casa del Fascio.

La mattina è trascorsa veloce e accusiamo già la fame, alla quale si sarebbe potuto porre rimedio solo con l'immensa Lubjanska del buon Gianni.

(Rocco Probo)

 

Nel pomeriggio Alessandro ci porta al confine tra Italia e Slovenia. I binari del treno tagliano la terre in due diversi paesi, un confine tracciato con penna e righello, che non ha tenuto conto dei costi sociali e umani. Terreni divisi, conoscenti separati. una città completamente spaccata. La stazione di transalpina mi ricorda il muro di Berlino. Un altro muro da abbattere, un'altra assurdità che stranisce e fa riflettere, che trasforma le frontiere in barriere invece che esaltare il potenziale positivo delle zone di confine. Zone estremamente varie, multiculturali e multietniche. Tutti elementi che dovrebbero dare vita a città talmente ricche da fare invidia alle altre.

L'esplosione del romanticismo e la nascita dei nazionalismi, gia definiti 'malattia mentale', invece hanno minato le speranze di poter condividere più identità all'interno degli stessi confini. hanno tolto il carattere spugnoso di queste zone e creato 'il nemico', 'l'altro', l'alloglotto . le nuove ideologie hanno completato il lavoro, permettendo alla cortina di ferro di Churchill di scendere a tagliare l'Europa in due. È se le città centrali hanno vissuto la divisione in modo più indiretto, quelle di confine hanno invece visto la divisione con i propri occhi e vissuto gli eventi direttamente sulla propria pelle.  e la divisione e netta e evidente anche nell'architettura. I palazzi in stile asburgico e rinascimentale di Gorizia, lasciano spazio al puro stile socialista di nuova Goriza, città costruita da zero negli anni 50 da giovani volontari comunisti.

Nel viaggio verso Trieste non riesco a smettere di pensare a quanto complessa sia l'Europa. A quante identità e culture diverse si intreccino all'interno dello stesso stato, e a quanto stupidamente spesso si combattano.

L'incontro serale al l'hotel Impero con Pierluigi Sabatti, Livio Dorigo, Patrizia Vascotto, Miran Kosuta e Giorgio Rossetti cade a pennello. Gli interventi dei diversi ospiti ci danno un'anteprima della città che visiteremo domani.

Trieste, o Trst, come e chiamata in serbo-croato, similmente a Gorizia incarna la multiculturalità di quest'area. È la città delle mille frontiere, tra terra e mare, est e ovest, cristiani ed ebrei, capitalismo e comunismo, italiani e sloveni, zona a e zona b.

Secondo le parole di Kosuta e anche la città dove si incontrano inferno e paradiso, la città del silenzioso apartheid, dove inaspettatamente si prova la sensazione dell'inappartenenza. Una città che fatica ad accettare gli eventi del passato, ma soprattutto una città spaccata in due. Due fazioni che non si vogliono riconoscere vicendevolmente, che non vogliono accettare di essere si vittime, ma anche carnefici.

Un processo di pace e convivenza che nonostante i progressi ha ancora molta strada da percorrere.

Pensando all'unione europea, non posso non chiedermi se l'identità europea che in molti sogniamo, ed elemento necessario per una nuova fase di sviluppo comunitaria, sia realmente possibile o meno. E realistico pensare di sentirsi europei se nemmeno si possono individuare gli italiani, gli spagnoli, i francesi,..? Paradossalmente, nonostante gli stati nazionali dominio ancora fortemente la scena europea, molte questioni all'interno dei confini nazionali restano irrisolte. Come nel caso della comunità slovena in Italia. Storie di repressione, divisioni, lotte per i diritti.  tuttavia, se da un lato i popoli europei sembrano talmente eterogenei da impedire la formazione di una identità propriamente europea, dall'altro e proprio grazie all'unione che è stato possibile attuare con successo il processo di integrazione e pacificazione. L'unione ha saputo ritrasformare le frontiere da muri in zone di scambio e comunicazione. e in questo momento di crisi, in cui i partiti populisti predicano il ritorno allo stato nazione, non bisogna dimenticare i 60 anni di pace che l'unione ci ha dato. Il vecchio continente, responsabile di non una ma ben due guerre mondiali, e diventato un laboratorio sperimentale per costruire un mondo nuovo, caratterizzato da pace e cooperazione. Una comunità nella quale ci si possa identificare sempre di più. Alcuni dicono che gli stati nazione siano già morti. Se anche così fosse non bisogna comunque smettere di lottare per trasformare l'Europa delle banche nell'Europa dei popoli. Per consolidare un mondo di pace, di rispetto delle minoranze, di dialogo, integrazione e multi culturalismo. Un mondo di diritti senza confini.

(Anna Formilan)

 

Domenica 22 settembre:

Trieste - Basovizza - Padriciano - Risiera di San Sabba

 

Il profumo dei cornetti ci offre in dolce risveglio, ci apprestiamo a scoprire la Trieste dai mille volti, crocevia fra oriente e occidente.

Subito appare l'eleganza asburgica: Trieste é una Vienna sul mare, unico sbocco portuale dell'Impero.

Rapisce con la sua bellezza e teatralità la piazza, che più' nomi ha avuto nella storia-Piazza Grande, Piazza dell'Unità che è stata teatro dell'infausto proclama delle leggi razziali antisemite.

Lo stesso luogo tuttavia è il cuore della multiculturalità che ha contraddistinto Trieste nella storia, sin dall'istituzione del porto franco nel 1719.

Testimonianza ne è' la fontana dei quattro continenti, che inquadra il centro della piazza.

Emblematica nonostante contrasti e divisioni è la piazza su cui si affacciano i luoghi di culto di diverse confessioni, dalla chiesa cattolica a quella anglicana e serbo - ortodossa.

Non è una casualità' che la sinagoga novecentesca voglia riprendere motivi architettonici propri della cristianità', come il rosone al centro e la scansione interna a navate, omaggio alla comunità' cattolica ospitante.

Già a Trieste si affacciano i Balcani in quel ponte "corto" che a lungo è stato criticato ma che poi è' entrato nella quotidianità così' come nel famoso ponte sulla Drina.

Il modo migliore per scoprire Trieste è però' osservarla dal mare, da quella banchina, regno della Bora, da cui la cittadina asburgica si presenta aperta ed estesa su quei colli, così' contesi e ricordati sia da sloveni che italiani.

(Marta Giacomini e Marta Bonicelli)

 

Nel pomeriggio abbiamo proseguito la nostra visita col signor Barattin, spostandoci sull'altopiano triestino, a Basovizza. Qui, col passare degli anni, si è formata una cavità naturale profonda un centinaio di metri nella quale, le persone che vivevano da queste parti, erano solite gettarci dentro un po' di tutto: da oggetti che non usavano più, a resti di animali. Dal 1945, però, questo luogo é conosciuto meglio come la FOIBA DI BASOVIZZA.

Silenzio.

Percorriamo una stradina di piccoli sassi bianchi che "scricchiolano" sotto i nostri piedi e rendono più difficile camminare in modo composto e coordinato. Come a ricordarci che li, sotto i nostri stessi piedi, giace uno degli orrori più terribili che la storia abbia mai seppellito.

Sento lo stomaco che si rigira ad ogni passo, ad ogni sasso che scricchiola sotto i miei piedi, come fossero vere ossa umane.

Gli esiti della prima guerra mondiale portarono a reprimere fortemente ogni manifestazione della cultura slovena; vennero chiusi tutti gli enti di associazione culturale e venne loro imposto il divieto di parlare la loro madre lingua, neppure per le strade, neppure in famiglia. Dovevano diventare italiani, dovevano diventare come noi.

Repressione = risentimento.

Per gli sloveni l'italiano divenne l'oppositore, il fascista bastardo che gli impediva di essere ciò che erano, di vivere con il loro retaggio storico che si portavano dentro da milioni di anni.

Il desiderio di vendetta crebbe costantemente fino la fine della seconda guerra mondiale, quando gli esiti si ribaltarono. L'8 settembre del 1943 le forze antifasciste presero il controllo della zona di Trieste (tra loro vi sono partigiani di Tito, sloveni, croati, ma anche italiani comunisti o partigiani, uniti dalla stessa causa: eliminare ogni singolo fascista). Il fatto è che nelle foibe vi finirono un sacco di persone che col fascismo non avevano nulla a che fare: persone che non centravano nulla. La loro unica colpa era di essere italiani, di essere dipendenti pubblici (quindi tesserati col partito fascista, ma non sempre per motivazioni ideologiche!) o semplicemente di stare antipatico alla persona sbagliata. Venivano sterminati con estrema facilità, senza processo, senza pietà. Venivano legate insieme 7/8 persone, si sparava alla tempia del primo, che cadeva giù, nella foiba, trascinando con se tutti gli altri che morivano agonizzando; i più per emorragie interne dovute alla caduta, mentre i più fortunati morivano sul colpo. immaginatevi: <<siete in fondo ad una foiba, legati ad altre persone (magari conoscenti, amici, familiari); alcuni sono morti, altri emettono gli ultimi spasmi d’agonia.

Non potete muovervi. Avete una spalla rotta e il bacino spappolato. Il dolore é lancinante, talmente forte da impedirvi di pensare, di urlare, perché li in fondo non si respira, siete tutti ammassati uno sopra l'altro, hai un polmone perforato, non c'è aria. Senti un fetore pungente.

Quanti cadaveri ci sono quaggiù?

Da quanto tempo?

Te ne stai lì e aspetti.. Aspetti.. Aspetti.. Che i vermi comincino a mangiarti vivo.. Ma speri.. Speri solo che la morte sopraggiunga rapidamente.>>.

Tra il 1943 e il 1945 morirono in questo modo dalle 3 alle 5 mila persone. Da questi dati si sviluppa una nuova guerra, quella dei numeri, che intorbida la acque: quanti erano PRECISAMENTE? " voglio nome e cognome di ogni singola persona che é stata gettata là dentro!", di che nazionalità erano? Tedeschi? Italiani?

Porca miseria! Erano PERSONE!!! Gettate lì, vive, o morte, come bestie, come spazzatura, e lasciate a marcire.

Abbiamo avuto qualche minuto per camminare nel campo, guardare le lapidi, i fiori.. E riflettere.

L'unica riflessione che mi sento di fare qui, é che proprio sotto i miei piedi ci sono le persone, gli innocenti che hanno pagato il prezzo troppo alto di una guerra che non hanno scelto loro. Queste sono le loro facce: uomini, madri, padri, fratelli e sorelle. Il volto di una storia sbagliata che risponde con violenza alla violenza, uno storia che non va sepolta, va ricordata, va rispettata. Una storia che bisogna continuare a scrivere, uno storia che si chiamerà FUTURO, SPERANZA.

 

In seguito abbiamo incontrato il sig. Romano Manzutto, e sodato dall'Istria nel 1955 quando questo territorio divenne Jugoslavo. Lasciò la propria casa, il suo Paese, la sua terra, le sue radici. Se ne andarono in modo forzato per timore di morire nelle foibe, con poca speranza e tanta tristezza. Alcuni anziani morirono di dispiacere. Al centro raccolta profughi di Padriciano c'erano 4500 persone, oggi ci sono solo poche baracche dalle quali si scrosta l'intonaco. Ma c'è, si, c'è anche un museo che racconta le condizioni degli esodati. Ci sono ricostruzioni dei box dove vivevano, foto, ricordi, ci sono carte, pagelle, mobili. Ho fatto scorrere le mie dita sulla superficie legnosa di un vecchio armadio, ruvido, ricoperto di polvere, ed ho sentito come un brivido: c'erano vestiti una volta lì dentro, c'erano persone che lo sfioravano come sto facendo io ora. C'erano bambini che non capivano, che piangevano, bambini che ora sono padri, madri e nonni: bambini che non hanno mai dimenticato.

 

Ultima tappa: la risiera di San Sabba; un campo di LIQUIDAZIONE urbano. Come se non avessero bisogno di spostarsi in una località sperduta, per nascondersi. Ciò non significa che le cose si compissero alla luce del sole: le alte mura di cemento nascondevano alla città i soprusi che si compivano al loro interno, sicché la gente era convinta che fosse una fabbrica, o un'officina. La notte, mentre la città dormiva, scaricavano i resti delle persone ammazzate nel mare.

Museo.

La divisa a strisce, riproduzione di oggetti, strumenti di morte, fruste, bastoni.

Ad un prigioniero piaceva disegnare.. Era davvero bravo.. I suoi disegni erano così.. Drammatici. Tutti neri, marcati e calcati fino a spezzare la punta della penna. Emotivi. Un artista.

Al ritorno in albergo era palpabile la sensazione che queste visite hanno lasciato in ognuno di noi. É sempre suggestivo visitare i luoghi della memoria, quali possono essere quelli che abbiamo visto oggi. Ma alle soglie di questo viaggio che stiamo intraprendendo, possono suscitare in noi delle riflessioni diverse, che si scostino dalla solita retorica. Perché ci sentiamo piccoli in un mondo dove le guerre vengono intraprese e decise in stanze chiuse, lontane da noi.

Ma c'è uno strumento che possiamo portare sempre con noi è possiamo condividere con altri ragazzi, come, o diversi da noi: la memoria.

In modo che anche la storia non perisca in un profondo buco nero d'ignoranza.

(Cinzia Gabrielli)

 

Lunedì 23 settembre:

Zagabria

 

Svegliarsi, questa mattina, ė stato difficile per tutti. La partenza per Zagabria era in programma alle 7:50 e la sveglia ė suonata alle 7:00 in quasi tutte le camere.

Abbiamo fatto colazione velocemente e siamo saliti in autobus, dove ė subito sceso un assonnato silenzio sul nostro gruppo  di facce stropicciate.

Dopo una ventina di minuti di viaggio passiamo il confine con la Slovenia e la maggior parte di noi sta già dormendo. Poco più tardi, entro anch'io nel mondo dei sogni.

Mi sveglio un'ora dopo e l'atmosfera sull'autobus è cambiata radicalmente: la maggior parte di noi è immersa in un'intensa discussione su come cambi il modo di dire "marinare la scuola" da regione a regione. Intanto l'Italia è definitivamente alle nostre spalle, anche nella toponomastica, in cui, accantonato definitivamente il bilinguismo, si susseguono nomi come Novo Mesto, Péc e, ovviamente, Liubljana.

Dal finestrino, intanto, ammiriamo un continuo susseguirsi di paesaggi favolosi: colline boscose, meravigliose e selvagge, che fanno subito capire perché queste terre siano dette "polmone d'Europa".

Durante il tragitto facciamo la consueta pausa bagno-caffè, imprescindibile in ogni viaggio organizzato, in un surreale centro commerciale immerso nel nulla dell'entroterra sloveno. Il posto è stranissimo. Tirato a lucido, pulito, pieno di negozi di abbigliamento, caffè, fast food. Il problema è che siamo pressoché gli unici clienti e si ha come la sensazione che tutto sia stato preparato apposta per il nostro arrivo.

Dopo la sosta riprendiamo la via di Zagabria e sull'autobus dalle discussioni sulla linguistica regionale si passa ai canti di gruppo, che ci accompagnano fino al confine con la Croazia. La polizia alla frontiera è costretta ad ascoltare una stonatissima versione de "il Pescatore" di De Andrè.

La parte di viaggio in Croazia passa più velocemente, siamo tutti proiettati sulla meta d'arrivo. Verso mezzogiorno Zagabria ci accoglie, con tutto il suo fascino e la sua bellezza, con i locali tipici, le piazze, i panini farciti che qui chiamano pita, la gente calda e accogliente.

(Luca Rinaldi)

 

Dopo Gianni a Gorizia, dopo Pepi a Trieste pregustiamo il burek di Zagabria, cibo tradizionale che unisce i Balcani nonostante divisioni etniche e contrasti religiosi.

Con la pancia piena e un po' sonnolenti incontriamo Marco un membro albanese kossovaro del centro Documenta , che archivia documenti testimonianze e interviste degli eventi della Seconda Guerra Mondiale e degli anni '90 nell' ex Jugoslavia.

Terminato l'incontro, alcuni di noi hanno visitato la cattedrale neogotica di Santo Stefano;

siamo stati poi accolti dall'Alto Rappresentante dell'Unione Europea in Croazia, Branco Baricevic, con cui abbiamo approfondito e ci siamo confrontati sulla recente entrata nell'Unione della Croazia e sui temi vitali per il futuro.

È emersa un' Europa costruita su valori comuni e condivisi, non unicamente basata sul l'aspetto meramente economico.

Il  grande entusiasmo nelle parole dell'Alto Rappresentante fa sperare che tramite la Croazia vengano riscoperti i principi fondativi  alla base della nascita dell'Europa unita.

Quando anche Serbia e Bosnia Erzegovina entreranno nell'Unione cadranno quei confini che dividono fra di loro i Balcani e serbi, bosniaci e le altre popolazioni balcaniche saranno di nuovo libere di spostarsi, in una nuova Jugoslavia esente da dittature.

Nonostante il poco tempo a nostra disposizione, ci siamo addentrati alla scoperta di Zagabria, città che si ispira all'architettura austriaca, divisa in città alta e città bassa.

Asburgica è la sontuosità dei suoi palazzi, ma balcanica è l'aria che si respira attraversando le tipiche vie del centro, come anche le osterie dove è possibile bere rakja e birre artigianali.

(Marta Bonicelli e Marta Giacomini)

 

Martedì 24 settembre:

Jasenovac - Prijedor

 

Uova, pancetta e salsiccia… il buon giorno si vede dal mattino!

Rituale foto di gruppo davanti all’albergo e partiamo verso la frontiera ancora assonnati.

Riapriamo gli occhi dopo qualche ora e in mezzo ai prati spunta il fiore di Jasenovac.

Il memoriale è chiuso ma gentilmente il curatore ci fa entrare.

Alzando lo sguardo colpiscono subito le lastre di vetro ricoperte di nomi, queste accompagnano il visitatore per tutto il museo. La scelta del vetro non è casuale rappresenta la fragilità della vita umana.

Il percorso è scandito dalle voci dei superstiti nelle interviste che ci accompagnano fino all’uscita. 

Solo lasciando queste voci e il buio delle sale notiamo quanta luce e quanto silenzio ci siano in questo luogo.

Senza scambiare parola ci dividiamo incamminandoci lungo un sentiero di travi di legno che sembra non finire e che invece conduce a una struttura di cemento armato. 

È un fiore… le radici escono dal suolo e si trasformano in petali rivolti verso il cielo…

Il fiore si porta sulle tombe dei padri, i petali rivolti verso la luce sono le nuove generazioni proiettate verso il future con radici rivolte al passato e al suo ricordo.

 

Poco per volta tutti raggiungiamo il bus e si riparte… 

Il confine con la Bosnia è poco distante: controllo documenti Croato, controllo documenti Bosniaco (ragazzi non credete a ciò che vi raccontano… potete tranquillamente sorridere e guardare negli occhi i poliziotti!) ed eccoci attraversata un’altra frontiera.

Facile no?

E invece… due o tre km e paletta… 

Dei simpaticissimi poliziotti ci fermano…

Obiettivo scucire soldi a ignari italiani.

Chiedono documenti all’autista, si lamentano del fatto che non è indicata la destinazione e la provenienza del bus, non contenti richiedono i documenti a elementi barbuti del gruppo. Uno di questi ringraziando in croato viene scambiato per un connazionale. Le lezioni di lingua in pullman sembrano aver pagato… in realtà il sorriso ebete alla domanda successiva lo smaschera in fretta!

Alla fine ciò che ci salva da un controllo di cani antidroga sembrano essere i lunghi capelli di Elena, la guida.

Una volta che le risate finiscono ci accorgiamo del panorama che ci circonda…

Qua e la, sparse tra i campi sorgono case senza intonaco, con terrazze senza ringhiera, molte sono disabitate.

La fame si fa sentire ma una volta a Prijedor i Cevapcici e le Pite la mettono a tacere.

Vorremmo tanto poterci coricare ma per il pomeriggio il programma è ancora fitto… 

Partiamo alla scoperta del monte Kozara e dei suoi partigiani.

Anche questo luogo di memoria ora è un parco. Al centro si alza un monumento formato da blocchi di cemento: quelli orizzontali rappresentano i fascisti sconfitti mentre il popolo di Kozara, la parte centrale, si erge verso l’alto vincente.

In realtà qui i partigiani furono sconfitti e quasi completamente eliminati dal territorio, e con loro la maggior parte dei civili che si erano rifugiati sul monte, tra cui moltissimi bambini.

 

Dopo un’intera giornata volta al passato e alla memoria, la sera è dedicata al presente e al futuro, siamo infatti ospiti di un’associazione culturale di Prijedor per una cena di comunità.

Non facciamo caso alle calorie e alla cintura che siamo obbligati ad allargare per non rinunciare a nessuna di quei magnifici piatti.

Addentato l’ultimo boccone inizia la musica. Le ragazze dell’associazione aprono le danze con i loro tamburelli e subito ci ritroviamo in cerchio a cercare di imitarne i passi (con scarso successo).

Vorremmo ricambiare con qualcosa di tipicamente italiano ma non riusciamo a metterci d’accordo. Dopo un primo tentativo la sala si svuota, ma l’imbarazzo dura poco e siamo tutti fuori a farci due risate a spese del maccheronico serbo-croato di Giorgio!

 

La giornata è terminata, è giunto il momento di conoscere le nostre “famiglie”.

L’accoglienza è calorosa e ci sentiamo subito a casa!

Per alcuni irriducibili questa non è che una tappa per poi incontrare un gruppo di ragazzi di Prijedor. 

La città di notte è deserta ma loro non si fanno scoraggiare e ci accompagnano in un locale. Musica folkloristica a bomba e una coltre di fumo, per noi italiani un’esperienza che ci riporta indietro di dieci anni.

Qualche birra e la stanchezza inizia a farsi veramente sentire… Laku noć… 

(Stefania Musi e Ilaria Pagano)

 

Mercoledì 25 settembre:

Prijedor

Primo risveglio nelle famiglie di Prijedor. Primo incontro diretto con un nuovo modo di vivere.

La giornata inizia dunque in maniera interculturale, cercando di chiacchierare con la signora che si preoccupa per noi perché - dice - "vi dovete sentire a casa, come se io fossi una mamma".

L'ospitalità che ci viene mostrata non ha pari. Tavola della colazione imbandita con ogni ben di Dio; dolci fatti a mano, spremuta fresca, caffè turco...che delizia!

Dopo questa super coccola mattutina si parte alla volta del centro di Prijedor, città che sta lavorando in numerosi progetti per divenire una città europea.

Dopo una breve passeggiata accolti all'Agenzia della Democrazia Locale nel centro città di Prijedor.

Ci è stato spiegato come questa agenzia si muova verso più progetti, molti dei quali all'insegna dell'interculturalità.

Questa associazione è l'unica internazionale a Prijedor e si occupa di piccoli progetti con la popolazione.

È stato molto bello conoscere che questa realtà ha, dal 1997, molti contatti con la città di Trento.

Un progetto importante instaurato con la nostra città è l'affido a distanza: 700 famiglie disagiate sono state date in affido ad altrettante famiglie trentine che con piccole donazioni permettono loro di stare un pochino meglio.

Fa sempre un bell'effetto sapere che tra Paesi distanti si creino questi legami forti di aiuto e scambio. Portano certamente ad un arricchimento di entrambe le parti.

L' agenzia si occupa inoltre della "rielaborazione del conflitto". Inizialmente proponevano dei dibattiti tra persone di origine diversa, ma finivano spesso in litigi sterili che non portavano a nulla.

Adesso, invece, lavorano attraverso l'arte e la cultura.

Frutto di questo cambio di strategia è il lavoro “Personal History” in cui sono presenti i video delle interviste alle persone sulla storia recente.

Lavorare attraverso l'arte permette alle persone di potersi esprimere liberamente, senza generare conflitti. La cultura, come bene comune, fa da intermediario tra le parti.

La speranza è che questo tipo di attività possa attrarre il maggior numero di persone, in particolare giovani, e allo stesso tempo che gli scambi ed i contatti con altre Associazioni diventino più numerosi, per poter creare altri progetti importanti.

La giornata all'insegna dell'incontro con l'altro continua con l'Associazione Promotur e la visita alla loro distilleria di Rakija.

Qui la nostra cultura è entrata in contatto con gli effetti del super alcolico portando il pranzo ad un livello di gioia incredibile.

I locali hanno offerto dei piatti deliziosi, come sempre, e ci hanno fatto davvero sentire a casa. Non scorderò mai la gentilezza e i sorrisi di tutte queste persone.

Momenti così ricordano come si abbia bisogno di svagarsi durante un viaggio in cui la sensibilità e la commozione sono messe a dura prova.

Avevamo bisogno di sentirci vivi, liberi, felici e fortunati...e certamente il motto "nema vode, samo rakija" ha aiutato in questo.

(Stefania Thiella)

 

La 'goccia di Dio': così viene chiamata la Slivovica che ci hanno generosamente offerto presso il punto di degustazione di Brane Radovic. Incuriositi dal raffinato alambicco e sedotti dagli aromi pungenti e inconsueti ci siamo abbandonati senza resistenza agli effetti taumaturgici di questa antica rakija. Così, con offuscata euforia e fra sentimenti contrastanti ci lasciamo alle spalle una delle case di produzione di questo 'vino della vita' completamente immersa in una natura mai raggiunta dalla mano dell'uomo e iniziamo il quinto pomeriggio del nostro viaggio. Tornati a Prijedor ci addentriamo con la guida nel cuore della vecchia città turca abbracciata dal canale Berk e dal fiume Sana, così chiamato dai romani per le sue proprietà benefiche. Purtroppo, un cimitero itinerante, blocchi di mattoni rossi a vista e una moschea di recente edificazione è il desolante scenario che ci ospita. Il quartiere musulmano è stato completamente distrutto nell'ultima guerra ed ora è un cantiere a cielo aperto. Ci aggiriamo confusi fra abitazioni incompiute e un selciato polveroso, simulacri dei dolorosi tentativi di ricostruire un destino in luoghi ancora incagliati nella ragnatela della memoria. Raggiungiamo l'ufficio dell'associazione Cisto Srce, una delle organizzazioni multinazionali fucina di iniziative volte alla controversa riconciliazione. Un gruppo di giovani che tentano di riedificare un'identità comune attraversando i confini, ideologici prima che culturali, che separano le diverse etnie della città e che ancora animano istanze politiche nazionaliste. Fra i loro progetti più riusciti un servizio di asilo e la distribuzione di abiti per le famiglie in difficoltà.

Nel tardo pomeriggio, prima di gustare in loco un'altra abbondante cena tipica, ci rechiamo in una fra le più importanti cooperative agricole della Bosnia, la Agro Japra, illuminante esempio di come la cooperativa possa essere uno straordinario modello di sviluppo economico, sociale  e culturale per le aree rurali più problematiche e trascurate del paese. Concludiamo la visita dei luoghi della produzione dei suoi prodotti (farina, latte, olio di semi di zucca etc.) con un interessante dialogo nell'accogliente biblioteca della cooperativa, fortemente voluta dal presidente della stessa, i cui volumi sono lì a simboleggiare l'irriducibile importanza di una rivoluzione culturale a fondamento di una reale rinascita del paese.

(Chiara Fusari)

 

Giovedì 26 settembre:

Jajce - Travnik - Sarajevo

 

Il canto del gallo accompagna il nostro risveglio. Mentre ancora attorno a noi risuona soltanto il silenzio, lui fa capire a tutti che è giunta l'ora di abbandonare le coperte ed assaporare una nuova giornata. Ma non è difficile. L'invitante profumo di caffè turco e dei dolci di Zekija, la nostra mamma bosniaca, rendono il tutto più allietante e soave.

Scendiamo felici di rivederla e di poter trascorrere insieme a lei il tempo che ci rimane, prima di riprendere la valigia in mano e partire per Sarajevo.

È incredibile come in soltanto poco tempo siamo riuscite a trovare una grande sintonia con lei e a sentirci più a casa che mai.

D'altra parte non sentirsi così sarebbe stato davvero impossibile. Quasi non sembra che siamo lì da due giorni.

Ho come la sensazione di conoscere questa donna da una vita. In certi momenti mi ricorda mia nonna. Sempre così gentile, affettuosa e premurosa. Il sorriso le illumina il volto, passa sopra ogni tristezza e difficoltà quotidiana. Zekija ti abbraccia come se fossi sua figlia, ed è così piena di umanità che non puoi non volerle bene dal primo momento che incroci quei suoi occhietti vispi ed il calore della sua persona.

Questo momento è così paradossalmente splendido e triste. Non vorrei andare, vorrei rimanere ancora un po ' ad ascoltare lei e la sua storia, ma sento che dentro di me c'è qualcosa che mi porta ad andare avanti, perché le storie che ho sentito sono ancora troppo poche, perché i luoghi che devo ancora conoscere sono molti.

Così, tra un pensiero e l'altro, Draško suona il campanello e, volgendo lo sguardo all'indietro nella speranza di rivedere la nostra famiglia bosniaca, siamo pronte per continuare il nostro viaggio sulle frontiere d'Europa.

Sulla strada per Sarajevo tanto dolore. Guardiamo "Venuto al mondo". Per molti è un film qualunque, ma per noi, che tra poche ore saremo su quell'asfalto bagnato da sangue innocente, rimbomba in testa quella frase, quella scena di come sia stato “più facile correre sotto le granate che camminare sopra le macerie”. E quando scendi dal pullman nel cuore dell'Erzegovina tutto ti cade ulteriormente addosso. È li che ti rendi conto di come anche tu stia camminando sulle macerie e di quanto tu sia piccolo ed insignificante.

Ti senti ancora più piccolo ed impotente di fronte alle parole di Amina: una signora minuta, dal volto segnato dalle rughe, che con coraggio ti viene incontro chiedendoti qualche marco, per un pezzo di pane, per i suoi sei figli che la aspettano a casa e che, come lei, non mangiano da giorni. E tu le porgi qualche moneta, chiedendoti se con quei soldi potranno mangiare tutti, ma realizzi che forse oggi si..ma domani, dopodomani. ..fino a quando riusciranno a sopravvivere così?

In cambio di quella moneta ricevi la cosa più preziosa del mondo: il sorriso e l'abbraccio di una vecchietta che per un pranzo, forse, riuscirà a sfamarsi con un pezzo di pane fresco e non con gli avanzi di qualche giorno trovati nel bidone.

Subito dopo arrivano in tanti, ti fermano, ti chiedono soldi, cibo, aiuto. Sono disperati.

Qui la disperazione non ti lascia passare con indifferenza consentendoti di volgere lo sguardo altrove, qui ti ferma e ti guarda dritta negli occhi.

Ma non è uno, sono in tanti, troppi. Tutti gridano, urlano dalla fame, inginocchiati dalla miseria che ogni giorno gli ruba un pezzo di dignità. Dignità stuprata dalla politica, dallo stato, da chi volge lo sguardo non più lontano dal suo naso, dell'indifferenza.

Noi lo abbiamo visto a Jajce, ma è tutta la Bosnia a gridare disperata. Separata dalle bandiere insanguinate e unita dalla fame.

Mi domando dove sono quelli che potrebbero fare qualcosa ma fanno finta di non sentire. E in tutto questo ho solo voglia di gridare.

Poi Travnik, la città di Ivo Andrić, con la sua meravigliosa moschea colorata, le colline di cimiteri musulmani che nello stesso momento si intrecciano, si armonizzano e si scontrano con la cristianità. Si respira già un'aria diversa: profuma di cultura, di spezie, quasi di oriente.

Così riprendiamo il viaggio. Sempre più vicini alla meta guardiamo le verdi colline fuori dal finestrino addolciti da quel magico paesaggio che, rivendicando la sua bellezza, sembra in eterna lotta con la povertà.

L'animo è straziato, triste, ferito da quella realtà e da quelle domande che scavano sempre più profondamente dentro di te.

Sulla strada per Sarajevo siamo sempre più confusi. Dentro di noi la forte speranza che almeno la Regina d'Europa non sia stata dimenticata, a differenza delle vallate che la circondano, ne dall'uomo, ne da Dio.

(Nataša Vuckovic)

Guardo le mie compagne ed i miei compagni di viaggio attorno a me, persone provenienti da zone diverse d’Italia, dalla Serbia, dalla Croazia, persone appartenenti a minoranze e maggioranze d’Europa. Vedo sensibilità nei singoli gesti che ci si scambia l’uno con l’altro e di conflitti, di confini nessuna traccia perché scacciati dalla  comprensione reciproca che ognuno ha per chi gli sta accanto. Incontriamo persone appartenenti a culture, religioni e stati diversi, con passati storici diversi contrassegnati tutti da storie travagliate da confini mentali e fisici costruiti da altri in conseguenza a divisioni, violenze ed odio. Eppure in tali persone gli si può leggere negli occhi la loro grande umanità dettata dalla consapevolezza di sapere realmente che cosa vuol dire nascere e crescere in un campo profughi, che cosa vuol dire non essere abbastanza cittadino per essere considerato tale ed accettato come tale in uno stato, che cosa vuol dire crescere senza l’affetto di un genitore perché morto per motivi cosiddetti politico-etnici che anche loro non riescono a comprendere, cosa voglia dire da un giorno all’altro essere costretti a scappare dalla propria casa lasciando alle spalle la propria identità, il proprio passato, la propria storia, i propri amici che un giorno poi non ritroverai più perché scappati o uccisi in quanto musulmani, in quanto serbi, in quanto croati, in quanto ebrei, in quanto ortodossi, in quanto uomini scomodi. Tutti loro sono accumunati da una sensazione di dolore che hanno vissuto e che hanno superato pur mantenendo nell’anima le ferite di quello che è accaduto. Queste ferite sono per me un monito alla vita ed alla volontà di andare sempre oltre l’apparenza della realtà, di conoscere in profondità le cose che ci stanno attorno, di conoscere le esperienze disumane che queste persone hanno vissuto sulla loro pelle affinché noi possiamo vedere ciò che ci circonda nella loro vera natura ed in maniera critica. Muri e confini non appartengono solo al passato ma anche alla storia quotidiana e presente che ci circonda e noi abbiamo il dovere di abbatterli, di abbattere i muri che abbiamo dentro di noi e attorno a noi,  nonostante costi molta fatica e molto lavoro su noi stessi. Le persone che incontriamo nel nostro viaggio hanno in comune anche un forte senso di spaesamento dinanzi ciò che è successo, sembra si chiedano “Perché questo è successo? Perché sono dovuto scappare dalla mia casa e da una guerra di cui non capisco assolutamente il senso? ”. Appunto il senso di questo per me è difficile comprendere, soprattutto se penso al conflitto scoppiato in Bosnia e come raffronto guardo dinanzi a me persone che convivono, come hanno sempre fatto,  assieme a persone appartenenti a religioni e culture diverse in maniera del tutto normale e pacifica. È in questo sentimento di assurdità che leggo la guerra in Bosnia con occhi diversi e mi accorgo che i conflitti sono stati voluti non dalla gente comune ma dall’élite politica che ha deciso di sfruttare le fragilità di un paese per costruire nazionalismi capaci di distruggere un intero paese ed addormentare la storia multiculturale di ogni singola persona sotto le macerie ed i detriti della guerra. Non ci sono vincitori ma solamente persone ferite da quello che è successo. Proprio ora con il pullman scorriamo lungo le strade anguste della Repubblica Srpska e dell’Erzegovina per giungere alla città di Sarajevo e nel guardarmi attorno vedo case, case ed ancora case lungo le strade, poste vicino agli argini di un fiume stupendo attorniato da un bosco verde e fitto. Vedo case vuote, case bruciate, case crivellate ed abbandonate, vedo case crivellate abitate da persone che vivono una vita semplice e povera con i loro animali, il loro orto. Per tutto il tragitto che ci porta alla capitale non vedo altro che questo e forse in maniera esagerata penso che tutt’oggi la divisione politica che esiste nella Bosnia da un punto di vista istituzionale è una situazione che ai politici stessi piace perché consente di non cambiare le cose, di mantenere in povertà queste persone perché così sono facilmente controllabili, di mantenere il loro potere costruendo un sistema chiuso nei confronti della cittadinanza e lontano dalle esigenze vere del proprio paese. Ecco così che qua e là si possono scorgere manifesti pubblicitari dell’imminente censimento a cui sarà sottoposta la Bosnia. In esso i cittadini bosniaci dovranno non solo affermare che esistono e sono cittadini della Bosnia i Herzegovina, ma dovranno anche ammettere di appartenere ad una religione tra quelle cattolica, ortodossa, musulmana ed ammettere infine se si ritengono serbo-bosniaci, bosgnacchi o croati-bosniaci. Le divisioni vengono protratte anche dopo la guerra ed i segni rimangono indelebili impedendo la rimarginazione di quelle ferite che oggi avrebbero bisogno di tempo per guarire. Ecco così che noi come gruppo siamo venuti per abbattere i confini dentro di noi ed osservare quelli che in parte sono già stati abbattuti in Croazia, in Slovenia, in Italia e che qui in Bosnia invece permangono. Un senso di inadeguatezza, di malinconia e di sconforto mi procurano tutte queste emozioni raccontate. Sono tangibili girando questo stato.  Travolto da queste emozioni, tutto d’un tratto entriamo in una Sarajevo al crepuscolo avvolta da fioche luci ed un velo leggero di nebbia, trafitta da minareti, campanili e cupole lanciate nel cielo della città. Signori e signore invece che andare a Medjugorie venite a vedere la vera Bosnia!!!

(Jacopo Nicolodi)

 

Venerdì 27 settembre:

Sarajevo 

Svegliato alle cinque di mattina dal suono soave delle voci dei muezzin, mi rimetto a letto pensando "dove mi trovo?".

Forse la mattina che passeremo nella sede della rappresentanza dell'Unione Europea qui a Sarajevo mi aiuterà a schiarirmi un poco le idee. Si parla di aiuti, di rafforzamento, di cooperazione tra UE e Bosnia; in poche parole ci spiegano come la situazione sia ancora molto, molto complessa, i partiti politici non riescono ad aver una voce univoca neppure riguardo alla spinosa questione europea.

Da un luogo di apertura, di speranza, ci si sposta in uno di storia cruenta, triste, recente (sembra ieri quando le televisioni internazionali documentavano questa sanguinosa guerra!); ci fa riflettere sulla stupidità di certi esseri umani. Non si può dimenticare, anzi si deve studiare, ricordare, spiegare alle generazioni future la storia, per evitare che queste vicende possano accadere ancora. Visitiamo il museo-tunnel: durante l'assedio delle truppe serbe nel 1992, gli abitanti, guidati dal generale Jovan Divjak, costruirono un tunnel lungo circa un chilometro che partiva da Dubrica e finiva a Butmir. Restano trenta metri appena, ma quando vengono percorsi sembrano infiniti; non posso immaginare come doveva essere farsene mille in quelle condizioni disumane. La mattinata al museo finisce con una curiosità (spiacevole) che ci racconta la guida di cui non ero a conoscenza e che mai mi sarei potuto aspettare: i primi aiuti umanitari inviati dagli stati europei consistevano in alimenti scaduti. Una sola parola: vergogna!

(Pietro Scartezzini)

 

Sarajevo è una città magnifica, che è stata plasmata nei secoli dalle culture che via via si sono susseguite su questo territorio.

Entrando nel centro storico, nella parte turca, mi sono sentita catapultare in un altro tempo: mercanti dagli abiti colorati bevevano il caffè davanti alle proprie botteghe, artigiani lavoravano il rame luccicante mentre in sottofondo risuonavano melodie tradizionali balcaniche. A completare tutto ciò c'era la vista molto suggestiva dei minareti, i quali nella Baščaršija svettano imponenti contro il cielo sgombro da altri edifici.

Le moschee, comunque, non sono l'unica costruzione religiosa della città. A Sarajevo, infatti, convivono ben quattro confessioni diverse: musulmana, ebraica, cristiana cattolica e cristiana ortodossa.

Dina, la nostra guida, ci ha portati a visitare i luoghi di culto di ognuna di essa. Secondo me è una cosa da non sottovalutare il fatto che esse sorgano tutte nel centro storico a nell'arco di poche centinaia di metri. In particolare mi ha colpita la storia della costruzione dalla cattedrale ortodossa. Essa è stata edificata nel periodo della dominazione ottomana su concessione diretta del Sultano.

Tale autorizzazione è un chiaro segno di integrazione culturale e religiosa, in un periodo storico in cui essa era spesso utopia. Questo è senza dubbio dovuto al fatto che Sarajevo è stata fin da tempi immemori il crocevia dei commerci tra Est ed Ovest. Per questa città sono transitate le merci più varie e qui i mercanti erano soliti fermarsi qualche giorno per concludere i propri affari. Il luogo migliore per fare ciò erano i caravanserragli, ovvero degli "alberghi" provvisti di cortili interni adibiti a spazio commerciale. Dina ci ha portati a visitare il cortile dell'unico caravanserraglio ancora esistente. Nonostante ora non svolga più la sua funzione originaria, non è stato difficile riuscire a immaginare come sarebbe dovuto apparire nei vecchi tempi.

Dina ci ha inoltre portati a visitare il museo della casa tipica turca nel periodo'500-'700 circa. Anche qui mi sono fatta trasportare dalla fantasia ed ho cercato di immaginare com'era chi vi aveva vissuto nel passato e che cosa faceva.

Dopo la visita guidata alla città, ci è stato dato del tempo libero in cui tutti abbiamo esplorato i vicoli stretti e odorosi della parte turca, magari approfittandone per comprare dei manufatti tipici prima di raggiungere la parte più "europea" della città.

(Maddalena Sartori)

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